La Patagonia, avrei sempre voluto vederla, quella terra.

L’Islanda con le sue verdi vallate e i suoi ghiacci oceanici.

Le Isole Lofoten, il polo Nord e le sue distese di ghiaccio sofferente.

Le steppe dell’Asia con le sue yurte allineate. Una notte stellata, sul deserto. Verdi colline danzanti ai confini della terra e poi cavalli selvaggi correre all’orizzonte.

Grandi Buddha che sovrastano templi nel profondo est, il Giappone, i suoi fiori, le sue case.

I parchi imponenti dell’America, statue della natura che pregano un dio generoso con la loro eterna bellezza.

Soffi di vento sui mari del nord, calore immenso nei deserti del Marocco.

O ancora mi immagino attravesare strade di caotiche città indiane, di monaci danzanti nel Tibet, vedere montagne assolate di cui per certo non raggiungerò mai le alte cime, pace del cuore nel non doverle conquistare.

Immagino mercati messicani, notti a Bali, vuoto nel profondo dell’Australia.

Visi, colori, sapori, mattoni, fiumi, boschi, piogge, soli… che sono nel mondo e che il mio sguardo non ha mai toccato, a cui ha sempre anelato. I miei occhi sono grandi perché sono ingordi e questo mondo, lo volevano divorare con insenato furore.

Un giorno, sono partita, ho camminato, ho fatto l’amore con terra centinaia di migliaia di volte: con il sole che sorge al mattino, con il fiume che danza nel meriggio, con i canti dei monaci che non smettono mai di vibrare nell’anima. Ho fatto l’amore con le aquile che una mattina erano così vicine a me che quasi le potevo toccare, ho volato con loro nei boschi. Ho danzato sulle strade piovose che portano i cuori stanchi all’Oceano Atlantico. Ho corso su strade sassose, bastarde, derelitte, senza pietà. Ma poi le ho ringraziate perché mi hanno ridato la vita su una spiaggia sotto le stelle, sotto la luna, nell’amore di un abbraccio fraterno composto da mille anime spezzate che si ricomponevano al suono di un mantra.

Ma ancora volevo vedere aldilà dei confini di questo nostro vecchio continente: osservare popoli che non conosco, luoghi in cui sentirmi persa. E allora così, lontano, migliaia di migliaia di chilometri volevo ancora andare.

Prima, le gabbie, erano nella mia mente. Nell’amore, nelle relazioni, nel quello che dovevo fare per un senso del dovere così radicato che distruggeva ogni sogno e ogni istinto vagabondo.

Ora, le gabbie, sono i confini del mio palazzo. E allora, il cortile di casa diventa un cammino di tremila chilometri.

Oggi, sono andata lì, in quel cortile.

Intorno, le grate da cui potevo vedere passare un tram, vuoto.

Una signora, con un cane.

Una donna che ancora prende il coraggio di andare a correre.

Aldilà, delle inferriate c’era la via dove si ferma tram numero 5. Non ricordo nemmeno il suo nome.

Quella via ora, sembra una sponda irrangiugibile.

Corso Buenos Aires, è lontano, è la mia nuova Patagonia.

Piazza del Duomo, è distante quanto il Giappone.

Il parco del Castello Sforzesco è una nuova monumentale vallata americana.

Finisterre ormai sembra su un altro pianeta, dicevo che vivere lì era come vivere sulla luna e io volevo tornare a terra. Ma forse io appartengo alla luna. Ma ora, neanche l’astronave più complessa, bella e funzionale mi ci potrebbe portare. Neanche le mie gambe, le mie gambe… sono statue immobili che un tempo appartenevano al vento.

Il cortile. Sassi. Petali di fiori in terra: ne raccolgo, li annuso, sono bianchi, sono rosa. Una coppia legge. Un signore di mezza età costruisce una piccola motocicletta elettrocomandata. I bambini giocano. Le mamme, anche. Un piccolo chiede alla madre… “perché non ti trucchi più?”. Tutti, stanno distanti, diversi metri. Sono pianeti lontanissimi, altre galassie: ora sono come un popolo della Mongolia, come gli abitanti delle steppe, gli aborigeni, i boscimani. Sono lontani.

Ogni cosa che era vicina diventa distante anni luce e io sono un pianeta solitario che orbita intorno a un cuore, il mio, che voleva smettere di combattere.

Guardavo una serie tv, l’altrogiorno. Vikings. Adoro quelle storie antiche di uomini del nord, mi danno uno strano senso di appartenenza, chissà perché.

C’è lei, Lagherta, una shield maiden, una guerriera. Lei, è esistita davvero: è stata una delle più grandi donne guerriere di tutti i tempi. Lei, invecchiò, come tutti, perché si sentiva stanca. Non voleva più essere una guerriera. Andò a vivere in una casa tranquilla, isolata, nei boschi. Sepellì la sua spada nella terra viva, con gratitudine.

Passò il tempo, ma dovette tirarla fuori, e continuare a combattere con la forza che non aveva più.

E forse camminando in quel cortile, guardando attraverso l’inferriata il tramonto che soffoca tra i palazzi accarezzando con i suoi ultimi raggi di sole i primi fiori della primavera… io, ho pianto. E dovuto per forza di cose, anche io, dispeppelire la ia spada e tornare a combattere. A combattere con quei demoni che l’essere costretta in quelle inferriate ha risvegliato. Non volevo farlo, ma bisogna sopravvivere. E vivere, con gratitudine, sempre, anche quando è buio. E’ notte. Tutto intorno si fa solitudine, e silenzio. Cosa mi dici, silenzio? Cosa mi dice nella notte quel sonno insonne che vuole vivere? Perché non vogliamo vivere? Perché? Perché?

E sempre in quel cortile, vedo una nonna con una bimba. Ricordo quella fotografia, sul balcone di mia nonna. Avevo circa dieci anni, abbracciavo mia sorella, sorridevo. Che cosa è successo a quella bambina? Che cosa le ho fatto? Cosa ho fatto ai suoi sogni? Dov’è andata? Allora ecco trovo un motivo per avere dissepellito la mia spada: quando tutto sarà finito io le renderò giustizia. Io la porterò laggiù, a vedere la steppa. A vedere sì, la Patagonia. A vedere Corso Buenos Aires, Piazza del Duomo, il Castello Sforzesco come non li ha visti mai.

Quando tutto sarà finito, voglio orbitare intorno al mio cuore e mettere a tacere ogni urlo dell’ego che si dispera nel far sentire il suo profondo grido in cui mi incatena a doveri effimeri.

Quando tutto sarà finito, voglio tornare sulla luna. Ascoltare l’oceano, vederlo dalla finestra di casa mia senza aspettare di dovere essere vecchia per darmi il permesso di farlo.

Quando tutto sarà finito, voglio abbracciare chi veramente lo merita. Chi mi è vicino, e pensavo fosse lontano. E chi pensavo fosse vicino, ho scoperto essere lontano anni luce, e galassie. Voglio amore, pace, tranquillità… non è forse quello che desidera ogni cuore? Non è forse quello che per qualche motivo fuggiamo per nutrire emozioni effimere?

I miei pensieri vengono interrotti. Un’anziana comincia a gridare, dalla finestra, sul cortile.

Urla. Urla che non può andare a giocare a golf. Il pane, era finito, dal panettiere. La spesa, i suoi figli, non gliela lasciano fare. I pianeti intorno a me, la ossevano. Orbitano intorno a un piccolo campo da basket con un albero in fiore. Lei, è un altro pianeta. Forse, in realtà, è un pianeta molto vicino, al mio.

Mi riporta qui, a terra. Ho finito il giro del cortile. Un’occhiata all’inferriata. Non c’è nessuno. La strada, vuota, respira di un tempo nuovo. Di spazi inesplorati, di universi paralleli dove qualcuno sta danzando tra le mura di casa sua. Pensieri sparsi cadono nella sera come il vino nel bicchiere. Come l’acqua per il pellegrino assetato. Come il pane al viandante, come una spunga intrisa d’aceto a un Cristo crocefisso.

Le stanze di casa mia sono un mondo ora: un mondo inesplorato. Libri. Muri. Tesori. Armadi. Vestiti. Finestre. Pentole. Bottiglie. Segni di persone che hanno attraversato queste stanze a hanno lasciato la loro impronta, segno umano che mi fa compagnia. Un’incenso, brucia. Nella televisione, un uomo parla una lingua che non è la mia, ma io la capisco. Gli esseri umani sono creature affascinati, bellissime. Sante o malvage. Cristi o Astaroth.

Ora arriva la sera.

La Patagonia, avrei sempre voluto vederla.

E ora, Piazza del Duomo: avrei sempre voluto vederla, oggi.

Le distanze sono nella nostra mente, sono confini labili dell’esistenza.

Ora tornerò nell’oceano del divano, assaporando cibi fin troppo conosciuti. Aspettando giorni per avere dell uova, della frutta fresca. L’attesa… com’era quella cosa dell’attesa? Ve lo ricordat quando si aspettavano giorni, per vedere delle fotografie sviluppate? O per rcevere un pacco? Una cartolina? Telefonare al nostro primo amore sperando che non rispondessero i suoi genitori?

Ve lo ricordate, quando eravamo piccoli, e la mente taceva, conoscevamo soltanto il volere del cuore?

Qualche sera fa parlavo con un amico, e lui mi chiese: “Elisa, se dovessi morire domani, cosa faresti? Dove andresti?”

Non ci ho pensato nemmeno un istante, lo sapevo benissimo. Perché allora aspettare di morire domani?

Siamo circondati da morte, in questi giorni… ma siamo vivi! Siamo vivi! Abbiamo aria nei polmoni, siamo solo prigionieri, per un po’. Mi asciugo le lacrime. Apro la porta di una stanza. Mi siedo. Scrivo. Qual è la prima cosa che faremo quando tutto sarà finito?